Eran Partiti Da Terre Lontane

Posted in General by midbar on 05/01/2019 19:00


ERAN PARTITI DA TERRE LONTANE [David Maria Turoldo]

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.
Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!
Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!
Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.
Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.

Torniamo Umani

Posted in General by midbar on 20/12/2018 20:42

Torniamo Umani

Lo scorso 13 Dicembre don Luigi Verdi è passato da Bologna e, finalmente, dopo lungo tempo, ho potuto partecipare ad un suo incontro.

Di seguito alcuni appunti raccolti durante quella serata.

L’apertura, tramite un video con spezzoni dal film “La vita è bella” di Roberto Benigni e con l’accompagnamento musicale di una canzone, Offeso, di Nicolò Fabi.

Poi le parole di don Gigi:
La prima cosa a cui non vorrei mai rinunciare è: la dignità e la libertà.
Da quando Adamo ed Eva disobbedirono a Dio e “vogliono capire”, da quel momento è venuto fuori un manicomio. Né conseguirà l’inimicizia tra l’uomo e la donna, tra i fratelli: Caino e Abele.
Personalmente mi sento in esilio in questo mondo. È arrivata la modernità e tutti a seguirla e si sta male tutti dentro questi ritmi folli.
A Romena mentre stavamo discutendo sulle cose del quotidiano ci siamo fermati a guardare un cervo che veniva verso di noi. Nonostante abbiamo avvelenato il mondo anche con la nostra cattiveria, la vita ritorna. Se arriva un Cervo vuol dire che c’è un ritmo sano, che c’è un paradiso terrestre.
La nostra salvezza è vedere l’Eden in qualunque cosa.
Quando mi ritrovo nelle piazze delle città che visito, mi fermo sempre un paio d’ore. In quei luoghi, dove c’è anche un pò di schifo, cerco di vederci qualcosa di bello: gli innamorati, chi si sostiene, una carezza.
C’è un eden, un paradiso che mi garba ritrovare per ritrovare l’armonia dell’inizio, perchè noi senza armonia si sta male.
Se nei rapporti non c’è armonia si sta male.

Poi don Gigi cita Nietzsche: “Faremo fatica tutti a trovare un luogo dove sentirci a casa!” e ancora “Saremo avvelenati dal veleno dell’antico serpente!”. Il veleno ha contaminato tutti!

Le parole di don Gigi sono ricche di citazioni, ad esempio, richiamando Rilke, dice: “Se le nostre quotidianità vi sembrano povere, non date la colpa alle quotidianità. Prendetevi la colpa voi di non essere abbastanza poeti da vedere i miracoli.

Poi, in questi giorni, prossimi al Natale, si sofferma su Dio che si fa Uomo e sul Volto di Dio che, mai come con questo Papa, è stato mostrato in tutta la sua tenerezza, misericordia e compassione. Gesù che piange di fronte alla morte dell’amico Lazzaro. Gesù che si avvicina e accarezza il feretro di un ragazzo morto e, rivolgendosi alla madre, le dice “Non piangere!”. Gesù di fronte alla Samaritana che, con una richiesta per avvicinarla: “Ho sete, dammi da bere” (ho bisogno di te), arriva al cuore di lei e, senza tono di accusa, con tenerezza, le fa capire che sa tutto di lei, della sua storia e della sua anima. La stessa cosa avviene con Zaccheo.

Quindi una pausa con immagini (volti di uomini, donne e bambini) accompagnati dalla canzone di Francesco De Gregori: La storia siamo noi.

Don Gigi continua sul tema della Compassione.
Cita Hannah Arendt che, parlando dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, afferma che ciò è stato possibile a causa della incapacità sostanziale di immedesimarsi negli altri e di nutrire compassione, da parte di tanti uomini e donne… “per lo più erano uomini e donne del tutto “normali”, “comuni”, se non addirittura individui solitamente considerabili come “persone per bene”“…
Porta testimonianze di donne incontrate nel suo cammino.
Donne che hanno abortito: “all’inizio il dolore in loro è meno consapevole e vengono piangendo. Io penso che Dio, a quelle donne che hanno abortito, a quelle mamme, rimetterà il loro bambino in braccio, un domani.”
Una mamma che, di fianco al capezzale del figlio di dieci anni, malato di leucemia, si ritrova a bere le proprie lacrime perchè il figlio non possa vedere il suo dolore.
La compassione, così umana e così divina.

La giustizia e il mondo che vorrei.
“Unica giustizia è che si muore tutti”.
“Il mondo che vorrei”… Cambialo! Fai! Suda! Per cambiare il mondo servono le tue mani, il tuo tempo, il tuo impegno. …e questo non è cosa di questi tempi… Fondamentale è l’impegno educativo, nei confronti di giovani, ragazzi e bambini. Accompagnarli e aiutarli a scoprire i talenti di ognuno di loro. Stare con loro e “quello che rimarrà negli occhi e nel cuore li aiuterà a crescere”.

La serata procede con immagini, musica, parole.
La bellezza, l’armonia tra dolcezza e forza (presenti sia in Gesù che in Maria, sua Madre) in cui coesiste sia il femminile che il maschile.
“Vorrei un Cristianesimo più femminile”… se è vero, come è vero, che la prima parola e l’ultima, in punto di morte, per ognuno di noi, è “mamma”.

Infine una Benedizione:
Possa la via crescere con te
possa il vento essere alle tue spalle
possa il sole scaldare il tuo viso
possa Dio tenerti nel palmo della Sua mano.

Prenditi tempo per amare,
perché questo è il privilegio che Dio ti dà.

Prenditi tempo per essere amabile,
perché questo è il cammino della felicità.

Prenditi tempo per ridere,
perché il sorriso è la musica dell’anima.

Prenditi tempo per amare con tenerezza,
perché la vita è troppo corta per essere egoisti.

…ed una carezza, dolcissima, chiamandoci all’altare dove una giovane donna, con in mano una libbra d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore unge il mio volto e sentire la tenerezza provata da Gesù, quella sera, e trovarmi a ricordare un antico Salmo.

Ringraziare desidero

Posted in General by midbar on 08/05/2018 16:25

Un’altra poesia dei doni [J.L.Borges]

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta
per l’algebra, palazzo di precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare
senza uno stupore antico
per il mogano, il sandalo e il cedro,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno
per il nome di un libro che non ho letto,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e di Manhattan,
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
e il cui nome, come preferiva, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica i passati,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già
questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per questa musica, misteriosa forma del tempo.

(more…)

Padre mio, mi sono affezionato alla Terra

Posted in General by midbar on 12/04/2017 17:41

Padre mio, mi sono affezionato alla Terra (Mario Luzi)

Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna.
Padre, non giudicarlo
questo mio parlarti umano quasi delirante,
accoglilo come un desiderio d’amore,
non guardare alla sua insensatezza.
Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà
eppure talvolta l’ho discussa.
Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego.
Quando saremo in cielo ricongiunti
sarà stata una prova grande
ed essa non si perde nella memoria dell’eternità.
Ma da questo stato umano d’abiezione
vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.
Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina,
ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi.
Qui termina veramente il cammino.
Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.
Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

Giullari e Jokermen (2016/10/13)

Posted in General by midbar on 13/10/2016 22:04



Jokerman [Bob Dylan] Ho visto un re [Dario Fo]

Jokerman dance to the nightingale tune,
Bird fly high by the light of the moon,
Oh, oh, oh, Jokerman.

You’re a man of the mountains, you can walk on the clouds,
Manipulator of crowds, you’re a dream twister.
You’re going to Sodom and Gomorrah
But what do you care? Ain’t nobody there would want to marry your sister.
Friend to the martyr, a friend to the woman of shame,
You look into the fiery furnace, see the rich man without any name.

E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam

Il Prigioniero

Posted in General by midbar on 15/10/2015 17:32

Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui. Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:
– “Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? Io non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Sí, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov]
[via Antonio Ariberti]

Gv 1, 14 [Falling Plates]

Posted in General by midbar on 04/08/2015 21:57

La rosa di Paracelso [J.L.Borges]

Posted in General by midbar on 08/09/2014 16:15

Questo brano è uno dei più poetici racconti di Borges sul rapporto tra fede, credulità e ragione.

Thomas de Quincey
Tratto da: “Writings”, XIII, 345

  Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo.

  Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l’athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l’uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola.

  Il maestro fu il primo a parlare.
“Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente”, disse, non senza una certa enfasi. “Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?”.
“Il mio nome non ha importanza”, replicò l’altro.
“Ho camminato tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni”.
Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte e d’oro. Lo fece con la mano destra.

  Paracelso, per accendere la lanterna, aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.
Si chinò, giunse le estremità delle dita e disse: “Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offrì oro. Non è l’oro ciò che cerco e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo”.
“L’oro non mi interessa”, rispose l’altro. “Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra”.
Paracelso disse lentamente: “La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta”.
L’altro lo guardò con aria diffidente. Disse con voce chiara: “Ma esiste una meta?”
Paracelso si mise a ridere.
“I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario e mi accusano di essere un impostore. Non dò loro ragione, ma non è impossibile che io sia un illuso. So che esiste una via”.

  Vi fu una pausa, e l’altro affermò: “Sono pronto a percorrerla con te, anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova”.
“Quando?” disse Paracelso, con inquietudine.
“Subito”, rispose il discepolo con brusca determinazione.

  Avevano iniziato la conversazione in latino, ora parlavano in tedesco.
Il giovane levò in alto la rosa.
“Affermano – disse - che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua”.
“Sei molto credulo”, disse il maestro. “Non so che farmene della credulità; esigo la fede”.
L’altro insistette.
“È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa”.
Paracelso l’aveva presa in mano e parlando giocherellava con essa.
“Sei credulo”, disse. “Tu dici che io sono capace di distruggerla?”
“Nessuno è incapace di distruggerla”, rispose il discepolo.
“Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d’erba?”.
“Non siamo nel Paradiso - disse ostinato il giovane - qui, sotto la luna, tutto è mortale”.
Paracelso si era alzato in piedi.
“E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?”.
“Una rosa può bruciare”, disse il discepolo in tono di sfida.
“V’è ancora del fuoco nel camino”, rispose Paracelso. “Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l’abbiano consumata e che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo”.
“Una parola?” disse stupefatto il discepolo. “L’athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che farai per farla rinascere?”.
Paracelso lo guardò con tristezza.
“L’athanor è spento” – ripeté - “e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti”.
“Non oso domandare quali”, disse l’altro con malizia o con umiltà.
“Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l’invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che ci insegna la scienza della Cabala”.
Il discepolo disse freddamente: “Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e ricomparsa della rosa. Poco mi importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi”.
Paracelso rifletté. Infine disse: “Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa”.
Sempre diffidente, il giovane lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: “E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare un simile dono?”.
L’altro replicò, tremando: “So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi”.
Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggio e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo.

  Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: “Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà”.
Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane.
Si inginocchiò e disse: “Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa”.
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto. Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c’era nessuno?
Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
Paracelso lo accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto.
Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.

  Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consumata, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e sussurrò una parola, a bassa voce.

  La rosa risorse.

Gv 1,14 [J.L.Borges]

Posted in General by midbar on 20/12/2013 16:00

Gv 1,14

Non sarà meno un enigma questa pagina
di quelle dei Miei libri sacri
né di quelle altre che ripetono
le bocche ignoranti
credendole di un uomo, non già specchi
oscuri dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo di nuovo al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi gioca con un bambino gioca con qualcosa
di vicino e di misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di una magia
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, incarcerato in un corpo
e nell’umiltà dell’anima.
Conobbi la memoria,
quella moneta che non è mai la stessa.
Conobbi la speranza e il timore,
quei due volti dell’incerto futuro.
Conobbi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della ragione,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e fui appeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Vidi con i Miei occhi quello che non avevo mai visto:
la notte e le sue stelle.
Conobbi il levigato, il sabbioso, il disuguale, l’aspro,
il sapore del miele e della mela,
l’acqua nella gola della sete,
il peso di un metallo sul palmo,
la voce umana, il suono di alcuni passi sull’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto grido degli uccelli.
Conobbi anche l’amarezza.
Ho commissionato questo scritto a un uomo qualunque;
non sarà mai quello che voglio dire,
sarà almeno il suo riflesso.
Dalla Mia eternità cadono questi segni.
Che un altro, non colui che adesso è il suo amanuense, scriva la poesia.
Domani sarò una tigre fra le tigri
e predicherò la Mia legge nella loro selva,
o un grande albero in Asia.
A volte penso con nostalgia
all’odore di quella falegnameria.

[Jorge Luis Borges - Elogio dell’ombra, 1969]

Nunc dimittis

Posted in General by midbar on 28/02/2013 16:27



Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza,

[Lc-2,29-30]

Ciao

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